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TUTTA LA VERITA’ SULLA MORTE DI SENNA |
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Quasi dodici anni sono passati da quel maledetto primo maggio 1994 che vide la morte di Ayrton Senna a seguito del terribile impatto della sua Williams contro il muretto della curva del Tamburello, al settimo giro del Gran Premio di San Marino. Un periodo lunghissimo che, tuttavia, è sfociato in alcuni ineludibili punti fermi in occasione della pubblicazione della motivazione della sentenza del 27 maggio dello scorso anno, emessa dalla Corte d’Appello di Bologna, che ha assolto Adrian Newey dal reato di omicidio colposo per non aver commesso il fatto, dichiarando anche di non doversi procedere nei confronti di Patrick Head, l’altro imputato, perché il reato a lui ascritto è estinto per prescrizione. Come noto, la morte del campione brasiliano fu causata da una gravissima lesione cranio-facciale, dovuta all’urto di una componente della sospensione staccatasi a seguito dell’impatto contro il muretto. Ayrton perse il controllo della vettura a seguito della rottura del piantone dello sterzo che nel marzo precedente era stato modificato, tagliando il pezzo unico e realizzando un nuovo piantone in tre pezzi, per consentire una migliore guidabilità della Williams. Secondo la motivazione della sentenza, Head si interessò direttamente alle modifiche della vetture di Senna e la sua colpa emerge sotto il duplice profilo della negligenza e della imprudenza per aver fatto installare un piantone modificato in modo tale da essere sottoposto ad oscillazioni insostenibili, con la conseguente rottura da cui è derivata, con un rapporto causa-effetto, la morte del pilota. La modifica del pezzo, inoltre, presentava sin dalla sua progettazione evidenti carenze mentre la negligenza va richiamata come omessa valutazione di tutte le implicazioni relative non solo alla modifica ma anche alle sue modalità, senza dimenticare l’imprudenza derivante dai tempi di realizzazione dell’operazione, cioè dopo il 10 marzo 1994, quindi nell’imminenza dell’ avvio del mondiale, che non hanno permesso un adeguato periodo di collaudo e sperimentazione (il nuovo piantone non venne sottoposto a prove di flessione ma solo di torsione). Patrick Head, dunque, è responsabile in relazione alla prevedibilità e all’evitabilità dell’evento in quanto ha partecipato alle scelte effettuate e non ha esercitato la sua funzione di supervisore tecnico. Quanto a Newey il quadro appare diverso ma non del tutto. E’ stato stabilito, infatti, che le modifiche alla manovrabilità dello sterzo dipendevano strettamente dalle scelte aerodinamiche del tecnico tanto da determinare il suo coinvolgimento da cui, tuttavia, non può ritenersi con certezza che sullo stesso progettista gravassero competenze e obblighi analoghi a quelli di Head. In sostanza, le prove a carico di Newey non sono apparse sufficienti a fondare un giudizio di responsabilità per colpa in relazione alla morte di Senna. Inoltre, gli eventuali elementi incriminanti nei suoi confronti non sarebbero utilizzabili nel processo perché raccolti quando Newey non era imputato e quindi privo dell’assistenza del difensore. Questa è la realtà processuale, non ancora definitiva ma molto indicativa, che proseguirà dinanzi la Corte di Cassazione, per cui dovremmo attendere, ancora, uno o due anni per saperne di più. Quel che è certo è che ormai sulla morte dell’asso di San Paolo non esistono dubbi ma punti fermi che acuiscono la disperazione per aver perso un campione, e prima di tutto un ragazzo di trentaquattro anni, il quale si trovò ad essere incolpevole passeggero di una Williams menomata e priva di controllo che non avrebbe dovuto neppure provare a disputare quel Gran Premio.
Fernando Giacomo Isabella